Avventura nei Qanat sotto Palermo

Esiste una vera e propria mappa di cunicoli lunghi decine di chilometri che attraverso tutta la città di Palermo: sono i Qanat. Un vero e proprio impianto idrico studiato e realizzato dagli arabi per portare l'acqua dalle falde della montagna fino a valle.

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    Avventura nei Qanat sotto Palermo

    Il mese scorso ci trovavamo a Palermo e ci siamo sentiti al telefono con la nostra amica Rosalia, medico di professione e attrice per passione, che ci ha lanciato l’idea di andare sotto il suolo di Palermo a esplorare i Qanat. Qanat? Non avevamo idea di cosa fossero, ma abbiamo detto subito di sì, travolti dall’irresistibile entusiasmo di Rosalia.

    L’avremmo dovuto capire che non sarebbe stata un’impresa facile.

    Anche Rosalia, palermitana doc, non c’era stata mai in questi fatidici Qanat. Un po’ perché non è facile trovare posto nelle visite organizzate dal Gruppo Speleologico del CAI, un po’ perché un filo di spirito d’avventura e d’intraprendenza ci vuole…e fra poco vi dirò il perché. Insomma, Rosalia ci aveva avvertito: “Soffrite di claustrofobia? Reumatismi? E come siete messi con la schiena? Ce la fate a scendere e salire una scala a pioli?” Che dire, la cosa si prospettava così interessante che ci siamo buttati nell’impresa senza farci troppi problemi.

    Dei Qanat nessuno, neanche i palermitani, ha mai saputo nulla fino a qualche anno fa.

    Il nome è di origine araba, e la loro riscoperta è cominciata solo dagli anni ’70, quando si riuscì a ricostruire una mappa di cunicoli lunghi decine di chilometri, attraverso tutta la città. Un vero capolavoro d’ingegneria idraulica, realizzato con una tecnica inventata dagli arabi, ma di origine persiana. Gli arabi, che invasero la Sicilia nel IX secolo, scavarono questo intricato labirinto di acquedotti sotterranei in vari periodi. Il lavoro fu proseguito anche dai normanni, fino al 1600.

    Sfruttando la gravità e la pendenza, i Qanat portavano l’acqua dalle falde della montagna giù fino a valle e hanno garantito alla città il suo approvvigionamento idrico per diversi secoli. Permettevano di rifornire d’acqua le fontane, i bagni pubblici, i giardini lussureggianti e i pozzi di tutta Palermo.. Oltre che irrigare abbondantemente anche le campagne circostanti per la coltivazione di carciofi, melanzane, peperoni. Insomma, verdure e frutta di tutti i generi, compresi ovviamente gli agrumeti. Molti Qanat venivano utilizzati anche per rinfrescare le camere di scirocco delle ville patrizie durante le giornate più calde, convogliando i flussi d’aria fresca delle gallerie.

    Successivamente alcuni Qanat furono acquistati dai gesuiti, da cui poi hanno preso il nome, e vennero usati fino al 1933.

    Attualmente i Qanat visitabili sono tre.

    Il primo Qanat, chiamato Gesuitico basso, o della Vignicella, fu riscoperto nel 1979, per caso, mentre stavano costruendo una nuova ala dell’ex ospedale psichiatrico. Poi c’è il Qanat dell’Uscibene. Noi Bellavitosi stiamo invece per esplorare il Qanat Gesuitico Alto.

    In uno splendido sabato mattina di aprile ci siamo dati appuntamento in centro a Palermo e con l’amica Rosalia alla guida ci siamo divincolati dal traffico della città verso la periferia, direzione Monreale. Arriviamo esattamente al Fondo Misciulla, perdendoci in un labirinto di stradine strettissime chiuse dai muri di cinta di anonime villette di campagna. Rosalia ci dice che, forse, queste villette ospitavano gruppi di mafiosi che, forse, utilizzavano i Qanat per disperdersi in caso di fuga. Forse, ma adesso non è più così. La zona è stata bonificata e c’è persino un campo di boy scout.

    Qui, accanto a un edificio grigio piuttosto anonimo ci stanno aspettando. C’è un gruppo di ragazzi sorridenti appena tornati dall’ultima esplorazione, fradici dalla testa ai piedi. Qualcuno sta strizzando i suoi calzini grondanti d’acqua. Qualcun altro svuota le galosce creando enormi pozzanghere. La nostra visita sarà guidata dalla giovane Maria, del Gruppo Speleologico del Cai di Palermo, che ci accompagna nello spogliatoio e ci invita a indossare impermeabile, galosce ed elmetto da speleologo. Ci chiede se abbiamo tutti un ricambio completo di abiti, per dopo (mmmh… interessante).

    Ci avviamo verso una botola buia dove ci aspetta Salvatore Sammataro, l’istruttore nazionale di speleologia che da qualche anno si occupa del progetto per la divulgazione dei Qanat. Salvatore guarda perplesso la statura di Enzo e si assicura che indossi ben stretto il suo elmetto da speleologo (sempre più interessante…).

    Poi ci legano addosso un’imbracatura di sicurezza e ci calano ad uno ad uno dall’ingresso di un tombino, da cui parte una ripidissima e stretta scala a pioli. La prima a scendere è Rosalia, poi tocca a me.

    No, non soffro di claustrofobia. Diciamo però che non me l’aspettavo di scendere una scala che non finisce mai, con addosso delle galosce e una cerata piuttosto ingombranti. Per di più a un certo punto la scala finisce e, nel buio quasi totale, Maria mi avvisa che devo passare a un’altra scala a pioli spostata lì di fianco, un po’ più a lato. Qualcuno dal basso mi afferra i piedi e letteralmente me li sposta sull’altra scala. Meno male, se avessi fatto da sola sarei già precipitata.

    Continuo a scendere. Le voci in superficie si attutiscono, sostituite dal rumore di uno scroscio d’acqua piuttosto forte.

    E finalmente, tocco terra. Oddio, non proprio terra, piuttosto acqua. Un piccolo fiumiciattolo d’acqua che mi scorre fra i piedi, alimentato da una cascatella che devo attraversare per andare oltre. E qui, ecco la prima doccia.

    Maria ci aspetta, finché arriviamo tutti. Siamo un gruppetto di sei persone, l’ambiente s’illumina con i fari dei nostri elmetti.

    Siamo a circa 12 metri sotto il livello della strada, l’acqua è fredda ma non troppo, Maria ci dice che si mantiene a temperatura costante, sui 15 gradi. Ci arriva a metà polpaccio e scorre lenta su un terreno piuttosto scivoloso, con una pendenza minima, in modo da trascinare con sé pochi detriti e rimanere limpida. Anche se non è potabile, perché è comunque ricca di calcare.

    Quando scivoliamo in qualche buca o se si forma un gorgo fra le rocce, qualche schizzo si insinua dentro le galosce. Vabbè-penso- ci bagneremo un pochino…

    Lo spazio è piuttosto angusto, procediamo in fila per uno. La larghezza è intorno ai 70 centimetri e l’altezza per ora è accettabile, sui tre metri.

    Sui muri, ogni tanto, vediamo il fossile di qualche conchiglia, testimonianza che in un tempo lontano questa zona era sommersa dal mare.

    La roccia in cui i Qanat sono scavate è calcarenite, materiale con cui sono costruiti quasi tutti gli edifici storici di Palermo. E’ una roccia molto friabile e molto facile da lavorare, simile al tufo ma più resistente al logorio del tempo, tipica del sottosuolo palermitano.

    Ogni tanto nella roccia vediamo un sistema di tubazioni in terracotta. Si chiamano catusi e sono stati costruiti dai gesuiti per portare l’acqua in superficie a chi lo richiedeva, ovviamente pagando una tassa per il servizio.

    Mano mano il procedere si fa più faticoso. Le pareti si abbassano sempre di più, fino a raggiungere il metro e mezzo. Ecco perché Salvatore guardava perplesso Enzo! Difatti, sento il suo caschetto che sbatte continuamente sul soffitto di roccia, mentre l’osservo procedere sempre più ingobbito.

    Ogni venti, trenta metri, gli arabi hanno previsto dei pozzi seriali per introdursi nei Qanat dall’esterno, lì il soffitto si alza un po’ e possiamo riprendere fiato.

    Maria, la nostra guida, è un tipo piuttosto gioviale. Le scattiamo delle foto mentre ci incoraggia ad approfondire la nostra esplorazione, nel senso letterale del termine: c’è da scendere più giù, in una falda scavata ancora più in profondità.

    A uno ad uno, affrontiamo l’impresa e ci accorgiamo subito che laggiù l’acqua scorre in modo molto più abbondante. Indossare le galosce è completamente inutile, perché l’acqua ci arriva prima alle ginocchia, poi un po’ più su, fino a metà coscia. E poi sale ancora, con piccole, subdole ondate fino a… realizzo che abbiamo portato un ricambio di abiti, ma non di biancheria.

    E oltre l’acqua sul pavimento, c’è anche l’acqua che schizza dalle pareti, con un forte stillicidio che ogni tanto, a sorpresa, ci colpisce in faccia. Indiana Jones ci fa un baffo.

    Nonostante il disagio, ammiriamo la grande abilità degli arabi nel concepire quest’opera. Erano davvero dei grandi ingegneri nel costruire arcate, volte di mattoni e nel consolidare pareti. Tutto per lavorare in estrema sicurezza.

    E dopo circa nove secoli, questa abilità è ancora tutta intatta, lì sotto i nostri occhi.

    Torniamo lentamente indietro, riprendendoci la seconda dose di acqua che infradicia ciò che era già fradicio e risaliamo la scala a pioli non senza difficoltà, visto che le gambe ora sono pesantissime, con quelle galosce gonfie d’acqua.

    Stanchi, ma felici. Salvatore Sammataro controlla la nostra salita tenendoci appesi al cavo di sicurezza e ci accoglie in superficie congratulandosi con noi.

    Beh, visto che questa è la nostra prima esperienza da speleologi, non è andata male. Mentre ci cambiamo, ci diciamo che scoprire questa Palermo sotterranea e nascosta è un’esperienza sorprendente. Soprattutto se si pensa che per tanti anni gli abitanti di Palermo hanno sofferto di una grandissima carenza d’acqua: mentre sottoterra, qui nei Qanat, l’acqua continuava a scorrere abbondantissima.

    Per informazioni:

    Salvatore Sammataro (salvatore.sammataro@sns-cai.it) – CLUB ALPINO ITALIANO Via Nicolò Garzilli, 59 – 90141 Palermo – tel. 091 329407

    Gruppi di minimo 10 persone

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