Manhattan che cambia, lungo la linea A

New York è la città che non si ferma mai. A ogni viaggio mostra una faccia diversa di sé, i quartieri alla moda nascono e muoiono nel giro di pochi anni, angoli di strada si trasformano con nuovi palazzi, nuovi negozi, nuovi abitanti.

da , il

    Manhattan che cambia, lungo la linea A

    Le nuove tendenze nascono spesso qui, o qui si mostrano in modo più evidente. Da sempre, fin dal mio primo viaggio nell’adolescenza, andare lì ci dava la sensazione di essere al centro del mondo, dove tutto succedeva.

    Oggi non è più così. Negli anni, nelle nostre esperienze di viaggio, altre città le hanno rubato questo primato: Berlino, Dubai, Copenhagen, Parigi…

    Comunque, Enzo ed io siamo tornati da poco a New York. Lo abbiamo fatto con uno scambio di casa. I proprietari di questo loft in quel momento erano a casa da noi a Milano mentre noi eravamo a casa loro.

    Qualcuno pensa che lo scambio casa si faccia per risparmiare sull’albergo, ma la ragione vera non è questa.

    E’ una formula davvero ideale per entrare nella realtà vera del mondo, senza sentirsi solo un turista, ma un viaggiatore immerso nella reale dimensione di chi abita la città tutti i giorni. Per abitare nello stesso luogo, negli stessi ambienti, senza la fredda e impersonale ospitalità di un albergo.

    Abbiamo quindi scambiato la nostra casa con un loft bellissimo a Manhattan.

    Il loft in questione è a due passi da Times Square, sulla 46th Street, fra la 7th e l’8th Avenue. Normalmente è abitato da un noto fotografo documentarista e dalla sua famiglia. E anche dal suo gatto, di cui ci dovremo occupare. Tutto il resto è lasciato come se la casa fosse abitata dagli stessi proprietari, niente cassetti chiusi a chiave, niente paura che qualcuno frughi negli spazi privati. Tutto sulla fiducia.

    La struttura del loft ricorda un ambiente industriale dei primi del ‘900, i cui ampi spazi sono interrotti da sottili colonne di ferro, e le ampie finestre danno sullo skyline degli alti palazzi con stretti scorci sull’Hudson, all’altezza del Pier 84.

    Siamo a due passi da Times Square, con la sua bolgia indefinita di gente di ogni nazionalità, ceto sociale, occupazione. E’ intorno a lì che in questi giorni, al mattino, prenderemo l’abitudine di fare colazione, insieme agli impiegati o ai giornalisti del New York Times, che ha la sua sede lì vicino.

    Un’ottima postazione per sentirci nel cuore di questa città, parte della sua vita e del suo caos.

    E allora, via verso questa Manhattan che non visitiamo già da un po’, per vedere cosa c’è di nuovo.

    Decidiamo di capire i cambiamenti della città seguendo la linea del metro A.

    Dall’estremo limite nord di Manhattan questa linea s’incurva in tutta la sua lunghezza come una gigantesca colonna vertebrale sotterranea, prima di tuffarsi nell’East River, proseguire nel ventre di Brooklyn e riaffiorare da qualche parte nel Queens. E’ un viaggio che porta, letteralmente, dalla foresta al mare, anche se nel quadro urbanizzato di una delle metropoli più dinamiche del mondo.

    Per dirla in modo più evocativo, questa è la linea celebrata Duke Ellington in un grande pezzo jazz intitolato “Take The A Train”.

    Il terminal di partenza è sulla 207th Street, nel quartiere di Inwood.

    Qui le case sono basse, residenziali e la lingua predominante è lo spagnolo. Vediamo anche un ristorante che ci riporta dritti dritti agli anni ’50, con una tipica insegna che ricorda i mobili di Eames e lo splendore dei neon di Broadway.

    Questa zona ha conservato la sua autenticità, con un parco verdissimo dove vediamo giocare dei bambini. Qualche decennio fa era un posto isolato dal resto della città, ma buttiamo un occhio sulle vetrine delle agenzie immobiliari: adesso le case sono diventate costosissime.

    manhatthan new york
    Photo by Andre Benz on Unsplash

    Anche la stazione del metrò era un rischio frequentarla, soprattutto di notte. Durante l’amministrazione guidata da Rudolph Giuliani, New York è diventata quella che conosciamo attualmente: più sicura, meno aggressiva, più accogliente, soprattutto per chi è molto ricco.

    Saliamo a bordo e viaggiamo verso sud, a Washington Heights.

    Anche questo è un quartiere latino, ancora non alla moda, ma già si capisce che presto lo diventerà, perché è troppo pittoresco per non far gola alla generazione degli hipster.

    Ancora verso sud, verso Harlem, c’è l’Apollo Theatre, il santuario della musica soul, che conserva intatta la sua magnificenza e la stravaganza architettonica degli anni ‘20. Intorno, vediamo le grandi insegne della globalizzazione che anche qui sta avanzando: Starbucks, Gap, Banana Republic.

    Harlem, epicentro della cultura e delle lotte afro-americane, non è più un ghetto già da qualche anno. Guardarla com’è oggi dispiace un po’: così uniformata al resto della città non è più lei.

    Il metro prosegue senza sosta dalla 125th alla 59th Street.

    Qui salgono manager perfettamente sbarbati e impettiti, tutti vestiti con la stessa tipica uniforme: camicia Brooks Brothers e cravatta a righe. Dai discorsi che fanno si capisce che qui siamo in un quartiere alto borghese, piuttosto residenziale, di ricchi professionisti.

    Ed eccoci arrivati alla 42nd Street e la 8th Avenue.

    Ai tempi dei nostri primi viaggi a New York, poco più che ventenni, questa era la strada infrequentabile di prostitute, spacciatori, cinema porno che Scorsese ha così ben ritratto in “Taxi Driver”. Anche dalla 42th Street che vediamo oggi si capisce quanto New York abbia perduto la sua anima oscura. Il suo sapore adesso è senza personalità, uniformato. E forse anche insipido.

    Scendiamo poi fra la 14th Street e la 8th Avenue.

    A due blocchi dalla stazione c’è la High Line, un nuovo spazio per vivere la città: una passeggiata circondata da giardini e prati, costruita nel 2009 sui vecchi binari della ferrovia.

    Proseguiamo verso la 4th Strada We, nel cuore di Greenwich Village.

    E’quella zona che negli anni ’70 Bob Dylan celebrava con il suo pezzo “Positively 4th Street”. Ci perdiamo passeggiando nelle strade piene di boutique, club e piccoli café

    pensando che anche qui l’aria freak di questo quartiere si è persa negli anni. Anche se per le strade s’incontrano ancora tipi dall’aria distratta e trasandata: forse artisti? Cantautori? Poeti? Attori? Chi lo sa, ma è anche questo che dà al quartiere quella dimensione umana che non c’è nelle zone dove svettano i grattacieli.

    Lo scalo successivo della linea A è sull’estremità più stretta di Manhattan.

    Voltando a destra, all’uscita del metro ci sovrasta la mole della Freedom Tower.

    La stazione della linea A adesso è dentro il World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus, proprio sul luogo dove prima c’era il World Trade Center. E’ una gigantesca costruzione a forma di uccello progettata da Calatrava e inaugurata nel 2016, che ospita la stazione dei treni, dei metro e un centro commerciale.

    Qui ci fermiamo, anche se la linea A prosegue poi il suo viaggio oltre il fiume, verso Brooklyn.

    Ci attardiamo in un caffé di Fulton Street, che di giorno dev’essere pieno di impiegati e che invece a quest’ora è deserto e silenzioso. Questo lungo viaggio in metro ci ha lasciato molti interrogativi su questa metropoli dalle tante identità in continua evoluzione. E’ una città flessibile, una reinvenzione perpetua. In meglio e in peggio.

    La linea A è sempre la stessa da 86 anni, ma lungo il suo percorso la città cambia e si trasforma insieme ai suoi abitanti, ed è sempre una scoperta.

    Comincia a cadere una pioggia sottile. Torniamo al nostro confortevole loft, stavolta in taxi. E domani avremo ancora molto da scoprire.